mercoledì 29 febbraio 2012

La strada - Cormac McCarthy

Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.
Prima di prendere sonno rimase sveglio a lungo. Dopo un po’ si girò a guardare l’uomo. Il suo volto rigato di nero dalla pioggia alla debole luce della lampada, come certi teatranti del vecchio mondo. Ti posso chiedere una cosa?, disse.
Si. Certo.
Noi moriremo?
Prima o poi si. Ma non adesso.
E stiamo sempre andando a sud.
Si.
Per stare più caldi.
Si.
Ok.
Ok cosa?
Niente. Così.
Adesso dormi.
Ok.
Ora spengo la lampada. Va bene?
Si. Va bene.
E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?
Si, certo che puoi.
Tu cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch’io.
Per poter stare con me?
Si. Per poter stare con te.
Ok.

Si svegliò prima dell’alba e guardò sorgere il giorno livido. Lento e quasi opaco. Si alzò che il bambino dormiva ancora, si infilò le scarpe e si strinse nella coperta e si incamminò in mezzo agli alberi. Scese in una fenditura tra le rocce e lì si accucciò a terra tossendo e tossì per un bel pezzo. Poi si inginocchiò nella cenere. Alzò il viso verso il pallore del giorno. Ci sei?, sussurrò. Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l’hai un collo per poterti strangolare? Ce l’hai un cuore? Sii stramaledetto per l’eternità, ce l’hai un’anima? Oh Dio, sussurrò. Oh Dio.

Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.Però certe cose uno se le dimentica, no?Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

Domanda: che differenza c'è fra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato.

Se uno sta all'erta tutto il tempo significa che ha sempre paura?
Mah. Direi che all'inizio bisogna avere paura per mettersi all'erta. Per decidere di essere prudenti. Guardinghi. Ma per il resto del tempo non si ha paura?
Per il resto del tempo?
Eh.
Non lo so. Forse bisognerebbe sempre stare all'erta. Visto che i guai capitano quando meno te lo aspetti, forse sarebbe bene aspettarseli sempre.

Da quanto tempo è in viaggio?
Sono in viaggio da sempre. Non si può stare fermi in un posto.
Come fa a sopravvivere?
Vado avanti e basta. Sapevo che sarebbe successo.
Sapeva che sarebbe successo?
Sì. Questo o qualcosa del genere. Ne sono sempre stato convinto.
E ha cercato di prepararsi?
No. Lei che avrebbe fatto?
Non lo so.La gente si preparava sempre al domani. A me sembrava assurdo. Il domani non si stava certo preparando per loro. Non sapeva neppure che esistessero.
Già.
Anche se uno sapesse cosa fare, non saprebbe cosa fare comunque. Non saprebbe se lo vuole fare o no. Cosa farebbe lei se fosse l'ultimo rimasto? Cosa farebbe se la colpa fosse sua?
Lei vorrebbe morire?
No. Ma forse vorrei essere già morto. Quando uno è vivo la morte ce l'ha sempre di fronte
Oppure potrebbe desiderare di non essere mai nato.
Be'. A caval donato non si guarda in bocca.
Crede che sarebbe chiedere troppo?
Quello che è fatto è fatto. E comunque, sarebbe stupido pretendere certi lussi in un momento come questo.

Credi che i tuoi padri ti stiano guardando? Che ti valutino nel loro libro mastro? Secondo quale criterio? Non esiste nessun libro mastro e i tuoi padri sono morti e sepolti.

domenica 5 febbraio 2012

Non esiste saggezza - Gianrico Carofliglio

Dal racconto: Non esiste saggezza

«Non siamo capaci di descrivere un odore come siamo capaci di descrivere un oggetto. Se vuoi descrivere questo giaccone puoi dire che è blu, corto, un po' ruvido. Abbiamo tantissime parole per le forme, per i colori, per le consistenze, per le dimensioni. Per un oggetto diciamo che è tondo, squadrato, grande, piccolo, rosso, verde, blu, duro, morbido, tagliente. Per i suoni e i rumori abbiamo addirittura le parole onomatopeiche, e non c'è nulla di più specifico. Per gli odori invece dobbiamo usare termini presi a prestito, dobbiamo procedere per analogie. Un numero piccolo di concetti odorosi che non hanno un nome autonomo ma che alludono - alludono soltanto - a entità odorose familiari. Fiori, pulito, bucato, vaniglia. Libri nuovi. Erba tagliata. Terra prima della pioggia. O anche: cacca, pesce, uova marce, ascelle non lavate, piedi.»

Mi guardò in faccia prima di andare avanti.

«Ti ha dato fastidio che parlassi degli odori cattivi?»

Stavo per dire di no, ma poi mi chiesi perché avrei dovuto dire una bugia.

«Un poco.»

«Appunto. Tutti sono a disagio con gli odori e soprattutto con gli odori cattivi. È il risultato di un processo culturale: Noi tendiamo a rifiutare gli odori e in particolare gli odori cattivi, perché alludono alla parte più elementare, animalesca se vuoi, della nostra natura. Pensaci, anche solo il parlarne è considerato volgare e imbarazzante.»

«Non ci avevo mai pensato prima.»

«Qualcuno ha detto che le cose non esistono se non abbiamo le - parole per chiamarle. Tantissimi odori e tantissimi profumi non esistono solo perché non sappiamo come chiamarli.»


«Avevo un nonno cui ero molto affezionata. Lui diceva che il senso dell'umorismo è la qualità più importante in una persona. E sosteneva una cosa simile a quella che hai detto tu. Che se hai il senso dell'umorismo - non l'ironia o il sarcasmo, che sono un'altra cosa - non ti prendi sul serio. E allora non puoi essere cattivo, non puoi essere stupido, non puoi essere volgare. Diceva che il senso dell'umorismo è il modo migliore per conservare la dignità nei momenti difficili. Il senso dell'umorismo è una qualità etica, diceva.»

Pensai che era una cosa molto bella. Una di quelle che quando le senti o le leggi ti sembra di avere sempre saputo, anche se non avevi mai trovato le parole per dirla.

«Diceva che Dio ha il senso dell'umorismo e che fare una buona battuta, fare ridere qualcuno è come dire una preghiera.»


Città (intero racconto)

Questo racconto è ispirato a un fatto realmente accaduto su un aereo, da qualche parte del mondo, nella primavera del 1996.

«Mi scusi, posso farle una domanda?» Quasi sobbalzai. Aveva parlato senza girarsi - solo un movimento appena accennato del capo - e senza preavviso. L'accento era impercettibilmente straniero. E lei era bella, con gli zigomi alti, un naso largo che le dava anche un’aria decisa e simpatica, i capelli lunghi e scuri.

«Prego.»

Prego. Una vita che giuravo a me stesso che non avrei mai più usato quell’espressione, assieme a salve, buondì e altre schifezze del genere.


«Vorrei sapere il nome del suo profumo.»

«Il mio profumo?»

Sorrise leggermente. La testa si girò ancora un po' verso di me. In un modo strano, forse:

«Sì, è molto buono. È aspro, ma c'è una punta dolce. Fiori, e qualche altra cosa che non riesco a riconoscere. L'ho già sentita però. Molto tempo fa.»

Avevo provato un profumo in uno dei negozi dell'aeroporto. Stavo per comprarlo quando avevo sentito chiamare il mio nome, all'imbarco. Mi ero distratto ed ero in ritardo, come sempre. Così ero corso via, abbandonando il flacone sullo scaffale. Non ricordavo né il nome né la marca. O forse nemmeno li avevo letti. Gliela dissi. Lei sorrise di nuovo, con quell’aria un po' decisa, un po' assente. Lontana. In quel momento mi resi conto che era cieca. Volavamo verso Madrid. Di lì sarei ripartito per il Cile. Lei invece si fermava, tornava a casa.

«Vorrei evitarle imbarazzi. lo sono cieca.»

Non dissi niente. Non sapevo che dire. Cosa si dice in queste situazioni?

«Allora se n'era già accorto?»

Borbottai qualcosa di impacciato. Lei sorrise ancora.

«Così a Madrid prende un aereo per il Cile.»

«Sì, ci vado per lavoro.»

«Che lavoro?»

«Faccio il fotografo.»

«Oh ... »

Rimase in silenzio per molti secondi.

«Non va bene, il fotografo?» Così, per darmi un tono disinvolto e spiritoso. Non ero proprio a mio agio in quel momento. In mezzo ai territori del desiderio e del rimpianto. Mi apparvero scritte in mente proprio quelle precise parole: mixing memory and desire.

«Mio padre era un fotografo.»

«Ah.»

Il suo papà, quando era poco più che un ragazzo, aveva conosciuto Robert Capa - il mio idolo - e aveva lavorato per la sua agenzia, la leggendaria Magnum. Come Capa, era morto facendo fotografie di una guerra lontana. Lei era cieca dalla nascita. Non aveva mai potuto vedere le fotografie fatte dal padre, come tutto il resto. Quando tornava dai suoi viaggi, lui le raccontava delle cose che aveva visto e fotografato. Ma a lei non bastava sentire i racconti.

«Allora a papà venne un'idea. Cominciò a regalarmi i plastici delle città dove era stato. Non di tutte, ovviamente. Quelle che amava di più. Così potevo toccarle, e conoscere quei posti. Le punte aguzze di New York e in mezzo, morbido, Central Park. I colli di Roma. Il Partenone. Mi fece fare anche un plastico di Venezia, con i canali, e l'acqua. Mi piaceva moltissimo andare a Venezia, e bagnarmi le dita nei canali.»

Le guardai le mani. Le teneva sulle gambe, sulla stoffa concreta dei jeans. Erano grandi e davano un'impressione di forza. Ebbi l'impulso di toccarle e dovetti trattenermi.

«Sa, anche i ciechi dalla nascita riescono a vedere le cose nella loro mente. E i colori. Ah, non lo so se sono uguali ai vostri. Ma sono colori, macchie luminose, e forme che appaiono quando sento un odore, o una musica. Soprattutto quando tocco una cosa ... o una persona.»

Mi venne in mente un racconto di Carver. Quello del cieco, che a casa aveva due televisori. Uno a colori e l'altro in bianco e nero. Lui accendeva sempre quello a colori.

«Lei sa ascoltare. Non capita spesso di incontrare persone capaci di ascoltare.»

E poi, dopo una pausa: «Crede che la racconti a tutti, questa storia?».

«No.» Fui stupito dalla decisione con cui risposi.

«È così. Non la racconto mai. Perché l'ho raccontata a lei? lo non lo so.»

«Non lo so neanch'io. Però mi piacerà pensare che c'era un buon motivo, anche se noi non lo conosciamo.»

A volte capita di dare la risposta giusta, e di saperlo in quel preciso momento. Raramente, ma capita. Lo sapevamo tutti e due. Così rimanemmo in silenzio. A lungo, fino a quando l'aereo non cominciò la sua discesa. Fino a quando dal finestrino non cominciai a vedere le case di Madrid. Chissà com'era sotto le dita, Madrid. Chissà com’erano tutte quelle altre città, tutto il mondo visto attraverso la punta delle dita. Sentii una fitta incomprensibile di rimpianto. Per le vite non vissute, per le vite degli altri che intravediamo da una finestra illuminata, quelle che ci passano accanto, un attimo, e poi scompaiono.

«Posso toccarti la faccia?»

Mi scossi. Cercai qualcosa da dire. Per non dire solo sì.

«Voglio ricordarmi di te. Ho questo profumo, che non è il tuo, ma per me sarà sempre il tuo. Quando lo sentirò di nuovo, penserò a te. Vorrei anche il tuo viso, nelle mie dita.»

«SÌ.»

L'aereo scendeva. Adesso lei era proprio girata verso di me, e sembrava mi guardasse, attraverso quelle lenti scure. Mise le sue dita sulla mia faccia. Erano asciutte, fresche e profumate. Mi percorse le sopracciglia, il naso, la bocca. Gli occhi che avevo chiuso senza accorgermene. Avevo i brividi quando anch'io le toccai il viso, mentre l'aereo toccava la terra.

mercoledì 1 febbraio 2012

Pastorale americana - Philip Roth

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima di incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontri, la capisci male mentre sei con lei, e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro e scopri ancora un volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume un significato tanto grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono tutti andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando dei personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

La semplicità non è mai così semplice. Tuttavia c'è voluto un certo tempo perché cominciasse a farsi domande. E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.

Così sosteneva Jerry, e così era andata. La teoria di Jerry è che lo svedese è buono, cioè passivo, cioè uno che cerca sempre di fare le cose giuste: un carattere socialmente controllato che non esplode mai, non cede mai all'ira. Non avendo la rabbia al passivo, non l'ha neppure all'attivo. Secondo questa teoria, è la mancanza di rabbia che finisce per uccidere. Mentre l'aggressività depura e guarisce.

Un uomo che si ritrova in mano le carte sbagliate per la partita da giocare. Assolutamente impreparato a ciò che sta per abbattersi su di lui. Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà così accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all’obbedienza per abbassare il prezzo. Una bella moglie. Una bella casa. Un’azienda magistralmente gestita. Un padre difficile trattato abbastanza bene. L’aveva realizzata per davvero, la sua versione del paradiso. Così vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono problemi, si adattano. E poi tutto cambia e diventa impossibile. Più nulla e nessuno che sorrida loro. E allora chi riesce ad adattarsi? Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.

Continuava a spiare dall’esterno la propria vita. Per tutta la vita ha cercato di seppellire questa cosa. Ma come poteva? Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto l’occasione di chiedersi “Perché le cose sono come sono?” Perché avrebbe dovuto farlo, se per lui erano sempre state perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda.

Vedeva che tutto ciò che dici dice o più di ciò che dicesse o meno di ciò che volevi che dicesse; e che utto ciò che fai fa più di ciò che volevi che facesse o meno di ciò che volevi che facesse. Ciò che dicevi e ciò che facevi cambiava le cose, d'accordo, ma non le cose che volevi tu.

Sembrava non capire o, anche in un momento di stanchezza, non ammettere che avere dei limiti non era una casa di pietra di centosettant'anni, il cui peso gravasse su imperturbabili tra vi di quercia: che era, insomma, qualcosa di più transitorio e misterioso.

L'arrugginita scala antincendio del palazzo sarebbe venuta giù, si sarebbe staccata dagli ormeggi e sarebbe piombata nella strada, se qualcuno vi avesse messo un piede sopra: una scala di sicurezza la cui funzione non consisteva nel salvare delle vite in caso d'incendio, ma nello stare là appesa, inutilmente a testimoniare l'immensa solitudine della vita degli esseri umani. per lui non aveva altro significato: nessun altro significato avrebbe potuto essere attribuito a quell'edificio. Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirare fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.