domenica 5 febbraio 2012

Non esiste saggezza - Gianrico Carofliglio

Dal racconto: Non esiste saggezza

«Non siamo capaci di descrivere un odore come siamo capaci di descrivere un oggetto. Se vuoi descrivere questo giaccone puoi dire che è blu, corto, un po' ruvido. Abbiamo tantissime parole per le forme, per i colori, per le consistenze, per le dimensioni. Per un oggetto diciamo che è tondo, squadrato, grande, piccolo, rosso, verde, blu, duro, morbido, tagliente. Per i suoni e i rumori abbiamo addirittura le parole onomatopeiche, e non c'è nulla di più specifico. Per gli odori invece dobbiamo usare termini presi a prestito, dobbiamo procedere per analogie. Un numero piccolo di concetti odorosi che non hanno un nome autonomo ma che alludono - alludono soltanto - a entità odorose familiari. Fiori, pulito, bucato, vaniglia. Libri nuovi. Erba tagliata. Terra prima della pioggia. O anche: cacca, pesce, uova marce, ascelle non lavate, piedi.»

Mi guardò in faccia prima di andare avanti.

«Ti ha dato fastidio che parlassi degli odori cattivi?»

Stavo per dire di no, ma poi mi chiesi perché avrei dovuto dire una bugia.

«Un poco.»

«Appunto. Tutti sono a disagio con gli odori e soprattutto con gli odori cattivi. È il risultato di un processo culturale: Noi tendiamo a rifiutare gli odori e in particolare gli odori cattivi, perché alludono alla parte più elementare, animalesca se vuoi, della nostra natura. Pensaci, anche solo il parlarne è considerato volgare e imbarazzante.»

«Non ci avevo mai pensato prima.»

«Qualcuno ha detto che le cose non esistono se non abbiamo le - parole per chiamarle. Tantissimi odori e tantissimi profumi non esistono solo perché non sappiamo come chiamarli.»


«Avevo un nonno cui ero molto affezionata. Lui diceva che il senso dell'umorismo è la qualità più importante in una persona. E sosteneva una cosa simile a quella che hai detto tu. Che se hai il senso dell'umorismo - non l'ironia o il sarcasmo, che sono un'altra cosa - non ti prendi sul serio. E allora non puoi essere cattivo, non puoi essere stupido, non puoi essere volgare. Diceva che il senso dell'umorismo è il modo migliore per conservare la dignità nei momenti difficili. Il senso dell'umorismo è una qualità etica, diceva.»

Pensai che era una cosa molto bella. Una di quelle che quando le senti o le leggi ti sembra di avere sempre saputo, anche se non avevi mai trovato le parole per dirla.

«Diceva che Dio ha il senso dell'umorismo e che fare una buona battuta, fare ridere qualcuno è come dire una preghiera.»


Città (intero racconto)

Questo racconto è ispirato a un fatto realmente accaduto su un aereo, da qualche parte del mondo, nella primavera del 1996.

«Mi scusi, posso farle una domanda?» Quasi sobbalzai. Aveva parlato senza girarsi - solo un movimento appena accennato del capo - e senza preavviso. L'accento era impercettibilmente straniero. E lei era bella, con gli zigomi alti, un naso largo che le dava anche un’aria decisa e simpatica, i capelli lunghi e scuri.

«Prego.»

Prego. Una vita che giuravo a me stesso che non avrei mai più usato quell’espressione, assieme a salve, buondì e altre schifezze del genere.


«Vorrei sapere il nome del suo profumo.»

«Il mio profumo?»

Sorrise leggermente. La testa si girò ancora un po' verso di me. In un modo strano, forse:

«Sì, è molto buono. È aspro, ma c'è una punta dolce. Fiori, e qualche altra cosa che non riesco a riconoscere. L'ho già sentita però. Molto tempo fa.»

Avevo provato un profumo in uno dei negozi dell'aeroporto. Stavo per comprarlo quando avevo sentito chiamare il mio nome, all'imbarco. Mi ero distratto ed ero in ritardo, come sempre. Così ero corso via, abbandonando il flacone sullo scaffale. Non ricordavo né il nome né la marca. O forse nemmeno li avevo letti. Gliela dissi. Lei sorrise di nuovo, con quell’aria un po' decisa, un po' assente. Lontana. In quel momento mi resi conto che era cieca. Volavamo verso Madrid. Di lì sarei ripartito per il Cile. Lei invece si fermava, tornava a casa.

«Vorrei evitarle imbarazzi. lo sono cieca.»

Non dissi niente. Non sapevo che dire. Cosa si dice in queste situazioni?

«Allora se n'era già accorto?»

Borbottai qualcosa di impacciato. Lei sorrise ancora.

«Così a Madrid prende un aereo per il Cile.»

«Sì, ci vado per lavoro.»

«Che lavoro?»

«Faccio il fotografo.»

«Oh ... »

Rimase in silenzio per molti secondi.

«Non va bene, il fotografo?» Così, per darmi un tono disinvolto e spiritoso. Non ero proprio a mio agio in quel momento. In mezzo ai territori del desiderio e del rimpianto. Mi apparvero scritte in mente proprio quelle precise parole: mixing memory and desire.

«Mio padre era un fotografo.»

«Ah.»

Il suo papà, quando era poco più che un ragazzo, aveva conosciuto Robert Capa - il mio idolo - e aveva lavorato per la sua agenzia, la leggendaria Magnum. Come Capa, era morto facendo fotografie di una guerra lontana. Lei era cieca dalla nascita. Non aveva mai potuto vedere le fotografie fatte dal padre, come tutto il resto. Quando tornava dai suoi viaggi, lui le raccontava delle cose che aveva visto e fotografato. Ma a lei non bastava sentire i racconti.

«Allora a papà venne un'idea. Cominciò a regalarmi i plastici delle città dove era stato. Non di tutte, ovviamente. Quelle che amava di più. Così potevo toccarle, e conoscere quei posti. Le punte aguzze di New York e in mezzo, morbido, Central Park. I colli di Roma. Il Partenone. Mi fece fare anche un plastico di Venezia, con i canali, e l'acqua. Mi piaceva moltissimo andare a Venezia, e bagnarmi le dita nei canali.»

Le guardai le mani. Le teneva sulle gambe, sulla stoffa concreta dei jeans. Erano grandi e davano un'impressione di forza. Ebbi l'impulso di toccarle e dovetti trattenermi.

«Sa, anche i ciechi dalla nascita riescono a vedere le cose nella loro mente. E i colori. Ah, non lo so se sono uguali ai vostri. Ma sono colori, macchie luminose, e forme che appaiono quando sento un odore, o una musica. Soprattutto quando tocco una cosa ... o una persona.»

Mi venne in mente un racconto di Carver. Quello del cieco, che a casa aveva due televisori. Uno a colori e l'altro in bianco e nero. Lui accendeva sempre quello a colori.

«Lei sa ascoltare. Non capita spesso di incontrare persone capaci di ascoltare.»

E poi, dopo una pausa: «Crede che la racconti a tutti, questa storia?».

«No.» Fui stupito dalla decisione con cui risposi.

«È così. Non la racconto mai. Perché l'ho raccontata a lei? lo non lo so.»

«Non lo so neanch'io. Però mi piacerà pensare che c'era un buon motivo, anche se noi non lo conosciamo.»

A volte capita di dare la risposta giusta, e di saperlo in quel preciso momento. Raramente, ma capita. Lo sapevamo tutti e due. Così rimanemmo in silenzio. A lungo, fino a quando l'aereo non cominciò la sua discesa. Fino a quando dal finestrino non cominciai a vedere le case di Madrid. Chissà com'era sotto le dita, Madrid. Chissà com’erano tutte quelle altre città, tutto il mondo visto attraverso la punta delle dita. Sentii una fitta incomprensibile di rimpianto. Per le vite non vissute, per le vite degli altri che intravediamo da una finestra illuminata, quelle che ci passano accanto, un attimo, e poi scompaiono.

«Posso toccarti la faccia?»

Mi scossi. Cercai qualcosa da dire. Per non dire solo sì.

«Voglio ricordarmi di te. Ho questo profumo, che non è il tuo, ma per me sarà sempre il tuo. Quando lo sentirò di nuovo, penserò a te. Vorrei anche il tuo viso, nelle mie dita.»

«SÌ.»

L'aereo scendeva. Adesso lei era proprio girata verso di me, e sembrava mi guardasse, attraverso quelle lenti scure. Mise le sue dita sulla mia faccia. Erano asciutte, fresche e profumate. Mi percorse le sopracciglia, il naso, la bocca. Gli occhi che avevo chiuso senza accorgermene. Avevo i brividi quando anch'io le toccai il viso, mentre l'aereo toccava la terra.

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