venerdì 25 gennaio 2013

Il malinteso - Irène Némirovsky

Questo libro mi ha sussurrato molte cose, ma ero in Egitto e non avevo la matita per sottolinearle.
Vi consiglio di leggerlo. Sussurrerà qualcosa anche a voi che passate di qui.

E se riuscirò a leggerlo di nuovo, posterò le citazioni.

Guida galattica per autostoppisti - Douglas Adams


Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo.
A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo, pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive, che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.
Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era afflitta da una quasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste perlopiù concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che a essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianeta.
E così il problema restava inalterato: quasi tutti si sentivano tristi e infelici, perfino quelli che avevano gli orologi digitali.
Erano sempre di più quelli che pensavano fosse stato un grosso errore smettere di essere scimmie e abbandonare per sempre gli alberi. E c’erano alcuni che arrivavano a pensare che fosse stato un errore perfino emigrare nella foresta, e che in realtà gli antenati sarebbero dovuti rimanere negli oceani.
E poi, un certo Giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per aver detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffè di Rickmansworth capì d’un tratto cos’era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché.
Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell’idea non si seppe mai più nulla.

venerdì 26 ottobre 2012

Alta fedeltà - Nick Hornby


Cosa credevo di fare? E lei cosa credeva di fare? Adesso, se mi viene voglia di baciare qualcuna in quel modo lì, con la bocca, la lingua e tutto il resto, è perché voglio anche altre cose: sesso, venerdì sera al cinema, compagnia e conversazione, fusione della rete famigliare e amicale, che mi si porti lo sciroppo a letto quando sono malato, un paio di cuffie nuove per ascoltare i miei dischi e i miei ed, e forse un bambino che si chiamerà Jack e una bambina che si chiamerà Holly o Maisie, non ho ancora deciso. Ma non volevo nessuna di queste cose da Alison Ashworth. Non i bambini, perché eravamo noi i bambini, non i venerdì sera al cinema, perché al cine ci andavamo il sabato mattina, non il Lempsis, perché a quello ci pensava mamma, e men che meno il sesso, soprattutto non il sesso, per l'amor di Dio non il sesso, l'invenzione più disgustosa e terrificante dei primi anni settanta.


La gente si preoccupa perchè i ragazzini giocano con le armi, perchè gli adolescenti guardano film violenti; c'è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza.
Non so mica perché volessi rompergli le uova nel paniere, a quei due e a tutti quelli che si beavano a vederli uscire insieme. Hai presente quando vedi in un negozio di vestiti tutte quelle belle magliette in pila, perfettamente piegate e ordinate per colore, e ne compri una? Poi, quando arrivi a casa, mai che ti sembri bella come prima. E capisci, ma è troppo tardi, che sembrava bella solo lì, nel negozio, perchè stava in mezzo alle sue compagne.
Non so mica perché volessi rompergli le uova nel paniere, a quei due e a tutti quelli che si beavano a vederli uscire insieme. Hai presente quando vedi in un negozio di vestiti tutte quelle belle magliette in pila, perfettamente piegate e ordinate per colore, e ne compri una? Poi, quando arrivi a casa, mai che ti sembri bella come prima. E capisci, ma è troppo tardi, che sembrava bella solo lì, nel negozio, perchè stava in mezzo alle sue compagne.
Le cose,una volta accadute, riesco sempre a vederle per quelle che sono - il passato lo padroneggio niente male. È il presente che non capisco.
Ho fatto e detto queste cose? Sì. Ci sono circostanze atenuanti? No davvero, a meno che qualsiasi genere di circostanza (in altre parole, qualsiasi genre di contesto) possa essere considerato un'attenuante. Ma prima di esprimere un giudizio, benché sia probabile e abbiate già formulato uno, provate a scrivere le quattro cose peggiori che avete fatto voi al vostro partner, anche se - specie se - il vostro partner non ne sa niente. Non indorate la pilola, non cercate di spiegarle; scrivetele punto e basta, stendete la classifica, con le parole più semplici possibile. Fatto? Ok, allora adesso lo stronzo chi è?
È solo che nessuno di noi ha avuto la vitalità o il talento di fare canzoni. Noi componiamo solo con la vita, il che è molto più incasinante e costa molto più tempo, e non lascia niente che la gente possa fischiettare.

Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni - migliaia, letteralmente - che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie.

Ed era triste, nel vero senso della parola. Un paio di anni prima era stata scaricata da un equivalente maschile della mia Charlie, un certo Michael, che voleva diventare qualcuno alla BBC. (Non ce l'ha mai fatta, lo stronzo, e ogni giorno che passava e che non lo vedevamo in tivù e non lo sentivamo alla radio,
dentro di noi qualcosa gioiva.) Questo Michael era l'ultima pietra miliare di Sarah, così come Charlie era la mia, e quando era finita, lei aveva giurato di smetterla con gli uomini, per un po', proprio come io avevo giurato di smetterla con le donne. Sembrava una buona cosa giurare insieme di smetterla, unire il nostro odio per il sesso opposto, e contemporaneamente cominciare ad andare a letto insieme. I nostri amici erano
tutti accoppiati, le nostre carriere sembravano definite, avevamo paura di restare soli per il resto della vita.
Soltanto le persone di una certa indole hanno paura di restare sole per il resto della vita a ventisei anni; noi avevamo quell'indole. 

Conosco i film di cui sta parlando, ma sono delle stupidate. Quegli uomini non esistono. Dire « Ti amo » è facile come bere un bicchiere d'acqua, e quasi tutti gli uomini che conosco non fanno che ripeterlo tutto il tempo. Io, un paio di volte, mi sono comportato come se non fossi capace di dirlo, anche se non so esattamente perché. Forse perché il momento acquistasse lo stucchevole romanticismo dei film di Doris Day, e diventasse più memorabile di quanto sarebbe stato altrimenti. Hai presente quando sei con qualcuna e fai per dire qualcosa, e poi ti fermi, e lei dice: « Cosa? », e tu dici: « Niente, niente », e lei dice: « Dai, dillo, ti prego », e tu: « No, è stupido », e lei alla fine ti fa sputare il rospo, benché tu fin dall'inizio ne avessi tutta l'intenzione, e crede che la dichiarazione valga di più visto che se l'è sudata. E forse addirittura lei ha capito da subito che tu menavi il can per l'aia a bella posta, ma cosa gliene importa? Sono come citazioni, sono le occasioni in cui più ti avvicini a una vita da film, quei rari giorni in cui decidi che una ti piace tanto da dirle che la ami, e non vuoi sciupare tutto con una macchia di brutale, stupida sincerità. 


Ecco, più o meno, quello che mi è successo durante il funerale: per la prima volta ho capito quanto ho paura della morte, mia o altrui, e come questo terrore mi abbia impedito di fare un'infinità di cose, tipo smettere di fumare (perché se prendi troppo sul serio la morte, o troppo poco, come ho fatto io fino a ora, non vedi che senso abbia smettere), o pensare alla mia vita, e specialmente al mio lavoro, con un'idea del futuro (idea spaventosa, perché il futuro termina con la morte). Ma soprattutto questa paura mi ha impedito di legarmi mai veramente a qualcuno, perché se ti attacchi a una relazione, e la tua vita comincia a dipendere dalla vita della persona con cui stai, e poi quella persona muore, come è destino di tutti, salvo casi eccezionali, per esempio se si tratta dei personaggi di un romanzo di fantascienza..., beh, dico, allora ti ritrovi in alto mare con una barca che fa acqua da tutte le parti, sbaglio? Va ancora bene se sei tu a morire per primo, credo, benché dover morire a tutti i costi prima di qualcun altro mi sembri una necessità poco entusiasmante: come fai a sapere che lei sta per morire? Potrebbe restare sotto un bus domani, come si suol dire, e allora questo cosa significa, che io devo buttarmi sotto un bus oggi? E quando ho visto la faccia di Janet Lydon, lì al crematoio... Come si fa ad essere così coraggiosi? Cosa farà, lei, adesso? Secondo me, è molto più intelligente passare da una donna all'altra finché non sei troppo vecchio per riuscirci, e allora a quel punto finisce che vivi da solo, e muori da solo, e cosa c'è di tanto terribile in questo, se consideri l'alternativa? Ricordo di aver passato alcune notti, con Laura, rannicchiato contro la sua schiena, a letto, mentre lei dormiva, in preda a un immenso terrore senza nome, se non che adesso un nome ce l'ha: Brian. Ah, ah. D'accordo, non ha un vero nome, però capisco da cosa veniva, e capisco che è per questo che volevo andare a letto con Rosie, la noiosa dall'orgasmo simultaneo, e quand'anche tale spiegazione vi sembrasse insieme debole e comoda - oh, ma sicuro! Rob va a letto con altre donne perché ha paura della morte! - beh, mi spiace tanto, ma le cose stanno proprio così. 
Quando di notte mi rannicchiavo contro la schiena di Laura, avevo paura perché non volevo perderla, e noi perdiamo sempre qualcuno, o qualcuno perde noi, alla fin fine. 

mercoledì 29 febbraio 2012

La strada - Cormac McCarthy

Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.
Prima di prendere sonno rimase sveglio a lungo. Dopo un po’ si girò a guardare l’uomo. Il suo volto rigato di nero dalla pioggia alla debole luce della lampada, come certi teatranti del vecchio mondo. Ti posso chiedere una cosa?, disse.
Si. Certo.
Noi moriremo?
Prima o poi si. Ma non adesso.
E stiamo sempre andando a sud.
Si.
Per stare più caldi.
Si.
Ok.
Ok cosa?
Niente. Così.
Adesso dormi.
Ok.
Ora spengo la lampada. Va bene?
Si. Va bene.
E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?
Si, certo che puoi.
Tu cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch’io.
Per poter stare con me?
Si. Per poter stare con te.
Ok.

Si svegliò prima dell’alba e guardò sorgere il giorno livido. Lento e quasi opaco. Si alzò che il bambino dormiva ancora, si infilò le scarpe e si strinse nella coperta e si incamminò in mezzo agli alberi. Scese in una fenditura tra le rocce e lì si accucciò a terra tossendo e tossì per un bel pezzo. Poi si inginocchiò nella cenere. Alzò il viso verso il pallore del giorno. Ci sei?, sussurrò. Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l’hai un collo per poterti strangolare? Ce l’hai un cuore? Sii stramaledetto per l’eternità, ce l’hai un’anima? Oh Dio, sussurrò. Oh Dio.

Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.Però certe cose uno se le dimentica, no?Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

Domanda: che differenza c'è fra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato.

Se uno sta all'erta tutto il tempo significa che ha sempre paura?
Mah. Direi che all'inizio bisogna avere paura per mettersi all'erta. Per decidere di essere prudenti. Guardinghi. Ma per il resto del tempo non si ha paura?
Per il resto del tempo?
Eh.
Non lo so. Forse bisognerebbe sempre stare all'erta. Visto che i guai capitano quando meno te lo aspetti, forse sarebbe bene aspettarseli sempre.

Da quanto tempo è in viaggio?
Sono in viaggio da sempre. Non si può stare fermi in un posto.
Come fa a sopravvivere?
Vado avanti e basta. Sapevo che sarebbe successo.
Sapeva che sarebbe successo?
Sì. Questo o qualcosa del genere. Ne sono sempre stato convinto.
E ha cercato di prepararsi?
No. Lei che avrebbe fatto?
Non lo so.La gente si preparava sempre al domani. A me sembrava assurdo. Il domani non si stava certo preparando per loro. Non sapeva neppure che esistessero.
Già.
Anche se uno sapesse cosa fare, non saprebbe cosa fare comunque. Non saprebbe se lo vuole fare o no. Cosa farebbe lei se fosse l'ultimo rimasto? Cosa farebbe se la colpa fosse sua?
Lei vorrebbe morire?
No. Ma forse vorrei essere già morto. Quando uno è vivo la morte ce l'ha sempre di fronte
Oppure potrebbe desiderare di non essere mai nato.
Be'. A caval donato non si guarda in bocca.
Crede che sarebbe chiedere troppo?
Quello che è fatto è fatto. E comunque, sarebbe stupido pretendere certi lussi in un momento come questo.

Credi che i tuoi padri ti stiano guardando? Che ti valutino nel loro libro mastro? Secondo quale criterio? Non esiste nessun libro mastro e i tuoi padri sono morti e sepolti.

domenica 5 febbraio 2012

Non esiste saggezza - Gianrico Carofliglio

Dal racconto: Non esiste saggezza

«Non siamo capaci di descrivere un odore come siamo capaci di descrivere un oggetto. Se vuoi descrivere questo giaccone puoi dire che è blu, corto, un po' ruvido. Abbiamo tantissime parole per le forme, per i colori, per le consistenze, per le dimensioni. Per un oggetto diciamo che è tondo, squadrato, grande, piccolo, rosso, verde, blu, duro, morbido, tagliente. Per i suoni e i rumori abbiamo addirittura le parole onomatopeiche, e non c'è nulla di più specifico. Per gli odori invece dobbiamo usare termini presi a prestito, dobbiamo procedere per analogie. Un numero piccolo di concetti odorosi che non hanno un nome autonomo ma che alludono - alludono soltanto - a entità odorose familiari. Fiori, pulito, bucato, vaniglia. Libri nuovi. Erba tagliata. Terra prima della pioggia. O anche: cacca, pesce, uova marce, ascelle non lavate, piedi.»

Mi guardò in faccia prima di andare avanti.

«Ti ha dato fastidio che parlassi degli odori cattivi?»

Stavo per dire di no, ma poi mi chiesi perché avrei dovuto dire una bugia.

«Un poco.»

«Appunto. Tutti sono a disagio con gli odori e soprattutto con gli odori cattivi. È il risultato di un processo culturale: Noi tendiamo a rifiutare gli odori e in particolare gli odori cattivi, perché alludono alla parte più elementare, animalesca se vuoi, della nostra natura. Pensaci, anche solo il parlarne è considerato volgare e imbarazzante.»

«Non ci avevo mai pensato prima.»

«Qualcuno ha detto che le cose non esistono se non abbiamo le - parole per chiamarle. Tantissimi odori e tantissimi profumi non esistono solo perché non sappiamo come chiamarli.»


«Avevo un nonno cui ero molto affezionata. Lui diceva che il senso dell'umorismo è la qualità più importante in una persona. E sosteneva una cosa simile a quella che hai detto tu. Che se hai il senso dell'umorismo - non l'ironia o il sarcasmo, che sono un'altra cosa - non ti prendi sul serio. E allora non puoi essere cattivo, non puoi essere stupido, non puoi essere volgare. Diceva che il senso dell'umorismo è il modo migliore per conservare la dignità nei momenti difficili. Il senso dell'umorismo è una qualità etica, diceva.»

Pensai che era una cosa molto bella. Una di quelle che quando le senti o le leggi ti sembra di avere sempre saputo, anche se non avevi mai trovato le parole per dirla.

«Diceva che Dio ha il senso dell'umorismo e che fare una buona battuta, fare ridere qualcuno è come dire una preghiera.»


Città (intero racconto)

Questo racconto è ispirato a un fatto realmente accaduto su un aereo, da qualche parte del mondo, nella primavera del 1996.

«Mi scusi, posso farle una domanda?» Quasi sobbalzai. Aveva parlato senza girarsi - solo un movimento appena accennato del capo - e senza preavviso. L'accento era impercettibilmente straniero. E lei era bella, con gli zigomi alti, un naso largo che le dava anche un’aria decisa e simpatica, i capelli lunghi e scuri.

«Prego.»

Prego. Una vita che giuravo a me stesso che non avrei mai più usato quell’espressione, assieme a salve, buondì e altre schifezze del genere.


«Vorrei sapere il nome del suo profumo.»

«Il mio profumo?»

Sorrise leggermente. La testa si girò ancora un po' verso di me. In un modo strano, forse:

«Sì, è molto buono. È aspro, ma c'è una punta dolce. Fiori, e qualche altra cosa che non riesco a riconoscere. L'ho già sentita però. Molto tempo fa.»

Avevo provato un profumo in uno dei negozi dell'aeroporto. Stavo per comprarlo quando avevo sentito chiamare il mio nome, all'imbarco. Mi ero distratto ed ero in ritardo, come sempre. Così ero corso via, abbandonando il flacone sullo scaffale. Non ricordavo né il nome né la marca. O forse nemmeno li avevo letti. Gliela dissi. Lei sorrise di nuovo, con quell’aria un po' decisa, un po' assente. Lontana. In quel momento mi resi conto che era cieca. Volavamo verso Madrid. Di lì sarei ripartito per il Cile. Lei invece si fermava, tornava a casa.

«Vorrei evitarle imbarazzi. lo sono cieca.»

Non dissi niente. Non sapevo che dire. Cosa si dice in queste situazioni?

«Allora se n'era già accorto?»

Borbottai qualcosa di impacciato. Lei sorrise ancora.

«Così a Madrid prende un aereo per il Cile.»

«Sì, ci vado per lavoro.»

«Che lavoro?»

«Faccio il fotografo.»

«Oh ... »

Rimase in silenzio per molti secondi.

«Non va bene, il fotografo?» Così, per darmi un tono disinvolto e spiritoso. Non ero proprio a mio agio in quel momento. In mezzo ai territori del desiderio e del rimpianto. Mi apparvero scritte in mente proprio quelle precise parole: mixing memory and desire.

«Mio padre era un fotografo.»

«Ah.»

Il suo papà, quando era poco più che un ragazzo, aveva conosciuto Robert Capa - il mio idolo - e aveva lavorato per la sua agenzia, la leggendaria Magnum. Come Capa, era morto facendo fotografie di una guerra lontana. Lei era cieca dalla nascita. Non aveva mai potuto vedere le fotografie fatte dal padre, come tutto il resto. Quando tornava dai suoi viaggi, lui le raccontava delle cose che aveva visto e fotografato. Ma a lei non bastava sentire i racconti.

«Allora a papà venne un'idea. Cominciò a regalarmi i plastici delle città dove era stato. Non di tutte, ovviamente. Quelle che amava di più. Così potevo toccarle, e conoscere quei posti. Le punte aguzze di New York e in mezzo, morbido, Central Park. I colli di Roma. Il Partenone. Mi fece fare anche un plastico di Venezia, con i canali, e l'acqua. Mi piaceva moltissimo andare a Venezia, e bagnarmi le dita nei canali.»

Le guardai le mani. Le teneva sulle gambe, sulla stoffa concreta dei jeans. Erano grandi e davano un'impressione di forza. Ebbi l'impulso di toccarle e dovetti trattenermi.

«Sa, anche i ciechi dalla nascita riescono a vedere le cose nella loro mente. E i colori. Ah, non lo so se sono uguali ai vostri. Ma sono colori, macchie luminose, e forme che appaiono quando sento un odore, o una musica. Soprattutto quando tocco una cosa ... o una persona.»

Mi venne in mente un racconto di Carver. Quello del cieco, che a casa aveva due televisori. Uno a colori e l'altro in bianco e nero. Lui accendeva sempre quello a colori.

«Lei sa ascoltare. Non capita spesso di incontrare persone capaci di ascoltare.»

E poi, dopo una pausa: «Crede che la racconti a tutti, questa storia?».

«No.» Fui stupito dalla decisione con cui risposi.

«È così. Non la racconto mai. Perché l'ho raccontata a lei? lo non lo so.»

«Non lo so neanch'io. Però mi piacerà pensare che c'era un buon motivo, anche se noi non lo conosciamo.»

A volte capita di dare la risposta giusta, e di saperlo in quel preciso momento. Raramente, ma capita. Lo sapevamo tutti e due. Così rimanemmo in silenzio. A lungo, fino a quando l'aereo non cominciò la sua discesa. Fino a quando dal finestrino non cominciai a vedere le case di Madrid. Chissà com'era sotto le dita, Madrid. Chissà com’erano tutte quelle altre città, tutto il mondo visto attraverso la punta delle dita. Sentii una fitta incomprensibile di rimpianto. Per le vite non vissute, per le vite degli altri che intravediamo da una finestra illuminata, quelle che ci passano accanto, un attimo, e poi scompaiono.

«Posso toccarti la faccia?»

Mi scossi. Cercai qualcosa da dire. Per non dire solo sì.

«Voglio ricordarmi di te. Ho questo profumo, che non è il tuo, ma per me sarà sempre il tuo. Quando lo sentirò di nuovo, penserò a te. Vorrei anche il tuo viso, nelle mie dita.»

«SÌ.»

L'aereo scendeva. Adesso lei era proprio girata verso di me, e sembrava mi guardasse, attraverso quelle lenti scure. Mise le sue dita sulla mia faccia. Erano asciutte, fresche e profumate. Mi percorse le sopracciglia, il naso, la bocca. Gli occhi che avevo chiuso senza accorgermene. Avevo i brividi quando anch'io le toccai il viso, mentre l'aereo toccava la terra.

mercoledì 1 febbraio 2012

Pastorale americana - Philip Roth

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima di incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontri, la capisci male mentre sei con lei, e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro e scopri ancora un volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume un significato tanto grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono tutti andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando dei personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

La semplicità non è mai così semplice. Tuttavia c'è voluto un certo tempo perché cominciasse a farsi domande. E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.

Così sosteneva Jerry, e così era andata. La teoria di Jerry è che lo svedese è buono, cioè passivo, cioè uno che cerca sempre di fare le cose giuste: un carattere socialmente controllato che non esplode mai, non cede mai all'ira. Non avendo la rabbia al passivo, non l'ha neppure all'attivo. Secondo questa teoria, è la mancanza di rabbia che finisce per uccidere. Mentre l'aggressività depura e guarisce.

Un uomo che si ritrova in mano le carte sbagliate per la partita da giocare. Assolutamente impreparato a ciò che sta per abbattersi su di lui. Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà così accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all’obbedienza per abbassare il prezzo. Una bella moglie. Una bella casa. Un’azienda magistralmente gestita. Un padre difficile trattato abbastanza bene. L’aveva realizzata per davvero, la sua versione del paradiso. Così vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono problemi, si adattano. E poi tutto cambia e diventa impossibile. Più nulla e nessuno che sorrida loro. E allora chi riesce ad adattarsi? Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.

Continuava a spiare dall’esterno la propria vita. Per tutta la vita ha cercato di seppellire questa cosa. Ma come poteva? Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto l’occasione di chiedersi “Perché le cose sono come sono?” Perché avrebbe dovuto farlo, se per lui erano sempre state perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda.

Vedeva che tutto ciò che dici dice o più di ciò che dicesse o meno di ciò che volevi che dicesse; e che utto ciò che fai fa più di ciò che volevi che facesse o meno di ciò che volevi che facesse. Ciò che dicevi e ciò che facevi cambiava le cose, d'accordo, ma non le cose che volevi tu.

Sembrava non capire o, anche in un momento di stanchezza, non ammettere che avere dei limiti non era una casa di pietra di centosettant'anni, il cui peso gravasse su imperturbabili tra vi di quercia: che era, insomma, qualcosa di più transitorio e misterioso.

L'arrugginita scala antincendio del palazzo sarebbe venuta giù, si sarebbe staccata dagli ormeggi e sarebbe piombata nella strada, se qualcuno vi avesse messo un piede sopra: una scala di sicurezza la cui funzione non consisteva nel salvare delle vite in caso d'incendio, ma nello stare là appesa, inutilmente a testimoniare l'immensa solitudine della vita degli esseri umani. per lui non aveva altro significato: nessun altro significato avrebbe potuto essere attribuito a quell'edificio. Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirare fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.