venerdì 25 gennaio 2013
Il malinteso - Irène Némirovsky
Vi consiglio di leggerlo. Sussurrerà qualcosa anche a voi che passate di qui.
E se riuscirò a leggerlo di nuovo, posterò le citazioni.
Guida galattica per autostoppisti - Douglas Adams
Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo.
A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo, pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive, che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.
Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti era afflitta da una quasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste perlopiù concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che a essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianeta.
E così il problema restava inalterato: quasi tutti si sentivano tristi e infelici, perfino quelli che avevano gli orologi digitali.
Erano sempre di più quelli che pensavano fosse stato un grosso errore smettere di essere scimmie e abbandonare per sempre gli alberi. E c’erano alcuni che arrivavano a pensare che fosse stato un errore perfino emigrare nella foresta, e che in realtà gli antenati sarebbero dovuti rimanere negli oceani.
E poi, un certo Giovedì, quasi duemila anni dopo che un uomo era stato inchiodato a un palo per aver detto che sarebbe stato molto bello cambiare il modo di vivere e cominciare a volersi bene gli uni con gli altri, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffè di Rickmansworth capì d’un tratto cos’era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto, e finalmente comprese in che modo il mondo sarebbe potuto diventare un luogo di felicità. Questa volta la soluzione era quella giusta, non poteva non funzionare, e nessuno sarebbe stato inchiodato ad alcunché.
Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua idea, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell’idea non si seppe mai più nulla.
venerdì 26 ottobre 2012
Alta fedeltà - Nick Hornby
mercoledì 29 febbraio 2012
La strada - Cormac McCarthy
Prima di prendere sonno rimase sveglio a lungo. Dopo un po’ si girò a guardare l’uomo. Il suo volto rigato di nero dalla pioggia alla debole luce della lampada, come certi teatranti del vecchio mondo. Ti posso chiedere una cosa?, disse.
Si. Certo.
Noi moriremo?
Prima o poi si. Ma non adesso.
E stiamo sempre andando a sud.
Si.
Per stare più caldi.
Si.
Ok.
Ok cosa?
Niente. Così.
Adesso dormi.
Ok.
Ora spengo la lampada. Va bene?
Si. Va bene.
E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?
Si, certo che puoi.
Tu cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch’io.
Per poter stare con me?
Si. Per poter stare con te.
Ok.
Si svegliò prima dell’alba e guardò sorgere il giorno livido. Lento e quasi opaco. Si alzò che il bambino dormiva ancora, si infilò le scarpe e si strinse nella coperta e si incamminò in mezzo agli alberi. Scese in una fenditura tra le rocce e lì si accucciò a terra tossendo e tossì per un bel pezzo. Poi si inginocchiò nella cenere. Alzò il viso verso il pallore del giorno. Ci sei?, sussurrò. Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l’hai un collo per poterti strangolare? Ce l’hai un cuore? Sii stramaledetto per l’eternità, ce l’hai un’anima? Oh Dio, sussurrò. Oh Dio.
Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.Però certe cose uno se le dimentica, no?Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.
Domanda: che differenza c'è fra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato.
Se uno sta all'erta tutto il tempo significa che ha sempre paura?
Da quanto tempo è in viaggio?
Credi che i tuoi padri ti stiano guardando? Che ti valutino nel loro libro mastro? Secondo quale criterio? Non esiste nessun libro mastro e i tuoi padri sono morti e sepolti.
mercoledì 15 febbraio 2012
La sfilata - Renzo Barbieri
domenica 5 febbraio 2012
Non esiste saggezza - Gianrico Carofliglio
Dal racconto: Non esiste saggezza
«Non siamo capaci di descrivere un odore come siamo capaci di descrivere un oggetto. Se vuoi descrivere questo giaccone puoi dire che è blu, corto, un po' ruvido. Abbiamo tantissime parole per le forme, per i colori, per le consistenze, per le dimensioni. Per un oggetto diciamo che è tondo, squadrato, grande, piccolo, rosso, verde, blu, duro, morbido, tagliente. Per i suoni e i rumori abbiamo addirittura le parole onomatopeiche, e non c'è nulla di più specifico. Per gli odori invece dobbiamo usare termini presi a prestito, dobbiamo procedere per analogie. Un numero piccolo di concetti odorosi che non hanno un nome autonomo ma che alludono - alludono soltanto - a entità odorose familiari. Fiori, pulito, bucato, vaniglia. Libri nuovi. Erba tagliata. Terra prima della pioggia. O anche: cacca, pesce, uova marce, ascelle non lavate, piedi.»
Mi guardò in faccia prima di andare avanti.
«Ti ha dato fastidio che parlassi degli odori cattivi?»
Stavo per dire di no, ma poi mi chiesi perché avrei dovuto dire una bugia.
«Un poco.»
«Appunto. Tutti sono a disagio con gli odori e soprattutto con gli odori cattivi. È il risultato di un processo culturale: Noi tendiamo a rifiutare gli odori e in particolare gli odori cattivi, perché alludono alla parte più elementare, animalesca se vuoi, della nostra natura. Pensaci, anche solo il parlarne è considerato volgare e imbarazzante.»
«Non ci avevo mai pensato prima.»
«Qualcuno ha detto che le cose non esistono se non abbiamo le - parole per chiamarle. Tantissimi odori e tantissimi profumi non esistono solo perché non sappiamo come chiamarli.»
«Avevo un nonno cui ero molto affezionata. Lui diceva che il senso dell'umorismo è la qualità più importante in una persona. E sosteneva una cosa simile a quella che hai detto tu. Che se hai il senso dell'umorismo - non l'ironia o il sarcasmo, che sono un'altra cosa - non ti prendi sul serio. E allora non puoi essere cattivo, non puoi essere stupido, non puoi essere volgare. Diceva che il senso dell'umorismo è il modo migliore per conservare la dignità nei momenti difficili. Il senso dell'umorismo è una qualità etica, diceva.»
Pensai che era una cosa molto bella. Una di quelle che quando le senti o le leggi ti sembra di avere sempre saputo, anche se non avevi mai trovato le parole per dirla.
«Diceva che Dio ha il senso dell'umorismo e che fare una buona battuta, fare ridere qualcuno è come dire una preghiera.»
Città (intero racconto)
Questo racconto è ispirato a un fatto realmente accaduto su un aereo, da qualche parte del mondo, nella primavera del 1996.
«Mi scusi, posso farle una domanda?» Quasi sobbalzai. Aveva parlato senza girarsi - solo un movimento appena accennato del capo - e senza preavviso. L'accento era impercettibilmente straniero. E lei era bella, con gli zigomi alti, un naso largo che le dava anche un’aria decisa e simpatica, i capelli lunghi e scuri.
«Prego.»
Prego. Una vita che giuravo a me stesso che non avrei mai più usato quell’espressione, assieme a salve, buondì e altre schifezze del genere.
«Vorrei sapere il nome del suo profumo.»
«Il mio profumo?»
Sorrise leggermente. La testa si girò ancora un po' verso di me. In un modo strano, forse:
«Sì, è molto buono. È aspro, ma c'è una punta dolce. Fiori, e qualche altra cosa che non riesco a riconoscere. L'ho già sentita però. Molto tempo fa.»
Avevo provato un profumo in uno dei negozi dell'aeroporto. Stavo per comprarlo quando avevo sentito chiamare il mio nome, all'imbarco. Mi ero distratto ed ero in ritardo, come sempre. Così ero corso via, abbandonando il flacone sullo scaffale. Non ricordavo né il nome né la marca. O forse nemmeno li avevo letti. Gliela dissi. Lei sorrise di nuovo, con quell’aria un po' decisa, un po' assente. Lontana. In quel momento mi resi conto che era cieca. Volavamo verso Madrid. Di lì sarei ripartito per il Cile. Lei invece si fermava, tornava a casa.
«Vorrei evitarle imbarazzi. lo sono cieca.»
Non dissi niente. Non sapevo che dire. Cosa si dice in queste situazioni?
«Allora se n'era già accorto?»
Borbottai qualcosa di impacciato. Lei sorrise ancora.
«Così a Madrid prende un aereo per il Cile.»
«Sì, ci vado per lavoro.»
«Che lavoro?»
«Faccio il fotografo.»
«Oh ... »
Rimase in silenzio per molti secondi.
«Non va bene, il fotografo?» Così, per darmi un tono disinvolto e spiritoso. Non ero proprio a mio agio in quel momento. In mezzo ai territori del desiderio e del rimpianto. Mi apparvero scritte in mente proprio quelle precise parole: mixing memory and desire.
«Mio padre era un fotografo.»
«Ah.»
Il suo papà, quando era poco più che un ragazzo, aveva conosciuto Robert Capa - il mio idolo - e aveva lavorato per la sua agenzia, la leggendaria Magnum. Come Capa, era morto facendo fotografie di una guerra lontana. Lei era cieca dalla nascita. Non aveva mai potuto vedere le fotografie fatte dal padre, come tutto il resto. Quando tornava dai suoi viaggi, lui le raccontava delle cose che aveva visto e fotografato. Ma a lei non bastava sentire i racconti.
«Allora a papà venne un'idea. Cominciò a regalarmi i plastici delle città dove era stato. Non di tutte, ovviamente. Quelle che amava di più. Così potevo toccarle, e conoscere quei posti. Le punte aguzze di New York e in mezzo, morbido, Central Park. I colli di Roma. Il Partenone. Mi fece fare anche un plastico di Venezia, con i canali, e l'acqua. Mi piaceva moltissimo andare a Venezia, e bagnarmi le dita nei canali.»
Le guardai le mani. Le teneva sulle gambe, sulla stoffa concreta dei jeans. Erano grandi e davano un'impressione di forza. Ebbi l'impulso di toccarle e dovetti trattenermi.
«Sa, anche i ciechi dalla nascita riescono a vedere le cose nella loro mente. E i colori. Ah, non lo so se sono uguali ai vostri. Ma sono colori, macchie luminose, e forme che appaiono quando sento un odore, o una musica. Soprattutto quando tocco una cosa ... o una persona.»
Mi venne in mente un racconto di Carver. Quello del cieco, che a casa aveva due televisori. Uno a colori e l'altro in bianco e nero. Lui accendeva sempre quello a colori.
«Lei sa ascoltare. Non capita spesso di incontrare persone capaci di ascoltare.»
E poi, dopo una pausa: «Crede che la racconti a tutti, questa storia?».
«No.» Fui stupito dalla decisione con cui risposi.
«È così. Non la racconto mai. Perché l'ho raccontata a lei? lo non lo so.»
«Non lo so neanch'io. Però mi piacerà pensare che c'era un buon motivo, anche se noi non lo conosciamo.»
A volte capita di dare la risposta giusta, e di saperlo in quel preciso momento. Raramente, ma capita. Lo sapevamo tutti e due. Così rimanemmo in silenzio. A lungo, fino a quando l'aereo non cominciò la sua discesa. Fino a quando dal finestrino non cominciai a vedere le case di Madrid. Chissà com'era sotto le dita, Madrid. Chissà com’erano tutte quelle altre città, tutto il mondo visto attraverso la punta delle dita. Sentii una fitta incomprensibile di rimpianto. Per le vite non vissute, per le vite degli altri che intravediamo da una finestra illuminata, quelle che ci passano accanto, un attimo, e poi scompaiono.
«Posso toccarti la faccia?»
Mi scossi. Cercai qualcosa da dire. Per non dire solo sì.
«Voglio ricordarmi di te. Ho questo profumo, che non è il tuo, ma per me sarà sempre il tuo. Quando lo sentirò di nuovo, penserò a te. Vorrei anche il tuo viso, nelle mie dita.»
«SÌ.»
L'aereo scendeva. Adesso lei era proprio girata verso di me, e sembrava mi guardasse, attraverso quelle lenti scure. Mise le sue dita sulla mia faccia. Erano asciutte, fresche e profumate. Mi percorse le sopracciglia, il naso, la bocca. Gli occhi che avevo chiuso senza accorgermene. Avevo i brividi quando anch'io le toccai il viso, mentre l'aereo toccava la terra.
mercoledì 1 febbraio 2012
Pastorale americana - Philip Roth
La semplicità non è mai così semplice. Tuttavia c'è voluto un certo tempo perché cominciasse a farsi domande. E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.
Così sosteneva Jerry, e così era andata. La teoria di Jerry è che lo svedese è buono, cioè passivo, cioè uno che cerca sempre di fare le cose giuste: un carattere socialmente controllato che non esplode mai, non cede mai all'ira. Non avendo la rabbia al passivo, non l'ha neppure all'attivo. Secondo questa teoria, è la mancanza di rabbia che finisce per uccidere. Mentre l'aggressività depura e guarisce.
Un uomo che si ritrova in mano le carte sbagliate per la partita da giocare. Assolutamente impreparato a ciò che sta per abbattersi su di lui. Come avrebbe potuto sapere, con tutta la sua bontà così accuratamente calibrata, che il prezzo di una vita obbediente era tanto alto? Ci si rassegna all’obbedienza per abbassare il prezzo. Una bella moglie. Una bella casa. Un’azienda magistralmente gestita. Un padre difficile trattato abbastanza bene. L’aveva realizzata per davvero, la sua versione del paradiso. Così vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono problemi, si adattano. E poi tutto cambia e diventa impossibile. Più nulla e nessuno che sorrida loro. E allora chi riesce ad adattarsi? Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.
Continuava a spiare dall’esterno la propria vita. Per tutta la vita ha cercato di seppellire questa cosa. Ma come poteva? Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto l’occasione di chiedersi “Perché le cose sono come sono?” Perché avrebbe dovuto farlo, se per lui erano sempre state perfette? Perché le cose sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda.
Vedeva che tutto ciò che dici dice o più di ciò che dicesse o meno di ciò che volevi che dicesse; e che utto ciò che fai fa più di ciò che volevi che facesse o meno di ciò che volevi che facesse. Ciò che dicevi e ciò che facevi cambiava le cose, d'accordo, ma non le cose che volevi tu.
Sembrava non capire o, anche in un momento di stanchezza, non ammettere che avere dei limiti non era una casa di pietra di centosettant'anni, il cui peso gravasse su imperturbabili tra vi di quercia: che era, insomma, qualcosa di più transitorio e misterioso.
L'arrugginita scala antincendio del palazzo sarebbe venuta giù, si sarebbe staccata dagli ormeggi e sarebbe piombata nella strada, se qualcuno vi avesse messo un piede sopra: una scala di sicurezza la cui funzione non consisteva nel salvare delle vite in caso d'incendio, ma nello stare là appesa, inutilmente a testimoniare l'immensa solitudine della vita degli esseri umani. per lui non aveva altro significato: nessun altro significato avrebbe potuto essere attribuito a quell'edificio. Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirare fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo.